Week 16 (so call me Bella)

Ho notato già da un po’ che da quando vivo in Spagna ho iniziato ad odiare il mio nome.

“Gabriella” è un nome non eccessivamente comune in Italia, ma nemmeno originale.

Quando ero piccola in famiglia mi chiamavano Chicca, per le amiche sono sempre stata Gabri (“GA” per le più pigre) e basta così.

In Spagna, no.

In Spagna il nome Gabriel è abbastanza diffuso, ma l’equivalente femminile “Gabriela” quasi non esiste, sa di Latinoamericano, sa di telenovela.

Ogni volta (OGNI volta) devo specificare che la L è doppia, controllare che non scrivano “GRAbiela” (incredibile che lo sbaglino così spesso), controllare che non introducano anche consonanti doppie a caso nel cognome “come si usa in Italia”.

E il diminutivo è GABI.
Orrendo.

E per gli stranieri con cui lavoro sono Gabe, Gabby, Gabrielle.  Alla fine ci si abitua, ma è comunque un po’ straniante.

E poi qualche giorno fa stavo per addormentarmi sul lettone di mia sorella, mentre leggevo un libro a mio nipote.

E lui mi ha richiamato all’ordine con un “…Bella?”

E io mi sono sciolta all’istante.

 

E quindi, dopo anni di nomignoli e vezzeggiativi più o meno odiati, adesso il mio preferito è quello che condivido con la cretina di Twilight.

Karma is a bitch.

Annunci

Week 15 (di partenze e rientri)

Sono tornata da Panama assonnata e con tanta voglia di tornarci con più calma, come dopo ogni viaggio in America Latina.

Quello che stavolta mi è rimasto più impresso è il costante contrasto.

Dal caldo asfissiante appena si esce all’aperto al gelo artico che si trova ovunque sia possibile accendere l’aria condizionata.

Le mille piazzette, tutte battezzate con il nome di un conquistatore (ovvero invasore), e poi c’è Plaza de la Indipendencia (ehm, certo).

Le passeggiate per il casco viejo, tra palazzine in stile coloniale e lucine appese tra gli alberi, e appena oltre il ponte lo skyline ipermoderno del centro nuovo.

 

Per il resto, casa mia è sempre più “casa”.

La differenza grande la sto notando in questi giorni in cui sono sola: confesso che un po’ avevo voglia di riappropriarmi dei miei spazi, di tornare a com’era la mia vita fino a due mesi fa. E invece ho passato il weekend vagando come stordita, mi sembrava che ogni stanza fosse troppo vuota.

 

È una stagione di grandi cambiamenti, ed è difficile fare bilanci, quando sembra che tutto mi giri attorno senza sosta.

Il lavoro, i viaggi, la convivenza con un uomo e due gatti, la mancanza di routine (che mi pesa un po’, devo ammetterlo).

So solo che sto bene. E magari il mio equilibrio è questo, una valigia sempre tra i piedi, gli orari sempre sballati, stavolta però con due braccia a stritolarmi quando torno.

Week 3 (scene da un matrimonio)

Personaggi ed interpreti:
S. alias Suzie, la sposa
M. alias Marco, lo sposo
G. alias Gabriella, la testimone

Prologo:
S. “questa settimana devo andare assolutamente a fare shopping”
G. “ultimi saldi o già primavera?”
S. “Mi serve un vestito per sabato prossimo”
G. “Sabato pro… Suz, TI SPOSI, sabato prossimo”
S. “Eh.”

Atto 1, casa della testimone:
G. “Figo, sono dimagrita quest’anno! Il vestito che ho comprato 6 mesi fa mi va larghissimo.
….
Oh merda, il vestito che ho comprato per il matrimonio che inizia TRA UN’ORA mi va larghissimo!”
(sequenza accelerata di G che svuota l’armadio cercando un piano B e finalmente si rassegna ad indossare quello che ora appare un graziosissimo sacco informe)

Atto 2, casa della sposa:
S. “Che dici, scarpe lilla o grigie? I capelli li lascio sciolti? Aspetta, proviamo un mezzo raccolto. Mi scaldi la piastra, che mi faccio le onde?”
G. “Suz, dobbiamo uscire tra 15 minuti”
S. “Ah, guarda che è successo mentre mi vestivo!” – la sposa si solleva il vestito, rivelando uno squarcio nei collant, ad altezza inguine
G. “Oh. Ok, neinte panico. Immagino che non abbia pensato a un ricambio. Possiamo passare in un negozio mentre andiamo ai giardini, o scendo io un secondo…”
S. “Naaaaah, credo che se non mi muovo molto, possa reggere qualche ora”

Intervallo
(scena muta in cui si vedono testimone, sposa e sua madre cercare un taxi, in tacchi alti e vestiti eleganti, con massima nochalance)

Atto 4, jardines de Monforte
La ceremonia procede senza intoppi. Nell’emozione generale, risuonano i “Sì” degli sposi, finché lo sposo prende l’anello tra le mani e si gira verso la testimone:
M. “Questo va a sinistra, vero?”
G. “Si. Oddio, non so. Aspetta che chiedo a tua madre”
(interviene la sposa, l’anello viene indossato, i documenti firmati)
– seguono brindisi, foto, brindisi, commozione, ancora brindisi. Sposi, famiglia e amici sono ubriachi di emozioni e champagne-

Atto 5, il Grande Incrocio
Sposi, testimone e genitori cercare di fermare un paio di taxi.
La sposa sventola il bouquet.
Una folata di vento alza le gonne e trascina in mezzo al macro-incrocio la cartelletta contenente i documenti che certificano le avvenute nozze.
I genitori dello sposo rischiano la vita cercando di recuperare tutti i fogli volanti prima che scatti il verde e che quattro file di automobili li travolgano.
Ci riescono.
Tragedia sventata.

Durante i titoli di coda scorrono immagini della festa in terrazza, gli invitati brindano e si riempiono di cibo spagnolo, olandese e italiano.
Brindano, soprattutto.

Vi aspettiamo per il sequel, La Grande Festa di Nozze, previsto per Luglio.
Io non vedo l’ora.

Week 52 (save the last conga)

E così è successo, ieri sono tornata dal lavoro e la stanza della coinquilina era stata svuotata.
Ok, la mia sorpresa era ingiustificata, dato che sapevamo che avrebbe traslocato questa settimana, ma mi sono trovata a girare per casa come se fossi un’estranea in visita, come se tutti gli angoli adesso vuoti fossero qualcosa di nuovo, mai visto prima.
Casa mia è sempre stata casa nostra, dal primo giorno.

E sì, i cambiamenti, anche quando sono positivi e voluti, spaventano e richiedono una certa capacità di adattamento.
E quindi mi sono preparata la cena e ho affrontato la prima sera da “donna indipendente che vive da sola nel suo appartamento”.

Ovvero ho passato la serata a chiacchierare con la ex coinquilina.
Ovviamente.

Week 48 (o del nascere nella generazione sbagliata)

Ana: “Come si chiama l’uccellino amico di Snoopy?”

Io: “Woodstock. Come il festival”

Ana: “Che festival?”

Io: “Woodstock. IL festival”

Elena: “Ma è quello famoso… dove vanno tutti i famosi…”

Io: “Beh, sì,  è il più fam…”

Elena: “Ci va anche Kate Moss, no? … è vicino Londra, vero?”

Io: “No, era a Woodstock. Negli stati Uniti. Volevi dire Coachella, forse?”

Elena: “Eh, si, quello”

Io: “…che pure è negli Stati Uniti. Ragazze, WOODSTOCK. Janis Joplin. Jimi Hendrix che suona con la chitarra rotta… E the Who, Joan Baez, i Creedence, i Jefferson Airplane….”

Ana: “Uh, figo! E quando lo fanno, questo qui?”

Io: “NEL MILLENOVECENTOSESSANTANOVE?!?!?!?”

 

Come dice qualcuno, le mie amiche sono preoccupanti.

 

 

Week 47 (trollarmi con i New Trolls)

Siamo a fine novembre, Natale si avvicina (!) ed a casa mia si inizia a pensare ai regali.
Papà pensava di portarmi a fare shopping, mamma voleva comprarmi qualcosa di utile per la casa.
Ora, io  sto in fase minimalista e non desidero molto, e per quanto un set di pentole nuovo sia cosa gradita, come regalo di Natale non è un gran che.
Per cui ieri ho scritto una lettera a Babbo Natale, chiedendo una bici pieghevole. Lettera che è stata magicamente inoltrata ai miei genitori, che me la compreranno in società.

Il che è originale, se si pensa che i miei sono separati da circa 25 anni.

E quindi: PRO= bicicletta nuova sotto l’albero, come nei film.
CONTRO= i miei mi trollano da ieri con la canzone “Signore, sono Irish” dei New Trolls, opportunamente modificata in “Signore io sono Gabriella / quella che non ha la bicicletta
Che poi io pensavo che si fossero messi d’accordo per prendermi in giro. No no, sono proprio cretini uguali, e fanno le stesse battute.

 

Sempre parlando di mia madre, un paio di settimana fa è venuta a trovarmi.
La visita prevedeva anche un momento “mamma del sud ai fornelli”, e aveva deciso di prepararmi le polpette.
Ma non confidando nella bontà delle materia prime reperibili in terra ibérica, ha portato da casa un sacchetto di pecorino e una busta di pane duro.
E io davvero pagherei per vedere la faccia del povero agente che ha aperto la sua valigia per l’ispezione e ci ha trovato una busta di pane ben raffermo.
Caro agente, perdonala. È matta come un cavallo, ma le polpette per essere buone devono essere fatte con il pane cafone. Se non lo sapevi, ora lo sai.

Week 43 (qualche sega mentale e qualche cliché)

Mi sono trasferita in Spagna nel dicembre 2008.
Avevo 27 anni. Adesso – vi risparmio i calcoli – ne ho 35.

Considerato che a 27 anni ero praticamente una tardo-adolescente, si può dire che la mia versione adulta sia nata e cresciuta in Spagna.
E questo comporta parecchie conseguenze. La più lampante per me è una totale ignoranza (almeno diretta) della vita in Italia oggi.

Per esempio, io non so come siano “gli uomini italiani”.
Le amiche me lo chiedono e io non so come rispondere.
A volte faccio dei confronti, ma ho come metro di paragone le mie storie da ventenne con ragazzi ventenni.
Da quel che posso dire, mi sembra che qui ci sia meno condizionamento sociale (molto bene). E anche una certa propensione al non impegno (molto male). Ma ripeto, davvero NON LO SO.

Non ho idea di cosa significhi lavorare in Italia.
Vedo amici che o navigano a vista, tra contratti precari e lavoretti provvisori, o si tengono stretto il loro lavoro fisso, qualunque sia, perché anche se odioso, mal pagato e con poche prospettive, appare come la migliore opzione, se non l’unica.
Io vedo gente infelice e consiglio di mandare tutto a quel paese, di spostarsi, di cercare altro. Ancora, mi guardano come se vivessi in un’altra galassia, e a mente fredda so che il mio punto di vista non è applicabile, che i miei consigli sono inutili e spesso fuori luogo.
Perché è vero che qui la crisi c’è ed è forte, ma non so come, in qualche modo di si arrangia. Anche qui entra in ballo la minore pressione sociale, mi sa.
Ora, non voglio e non posso fare un’analisi economica e sociale proprio perché NON SO. Anche io in Italia ho avuto solo lavori provvisori, spesso senza contratto nè prospettive, ma a quell’età era abbastanza normale.

E poi ci sono le piccole differenze quotidiane. Una maggiore semplicità nell’affrontare la vita. Più lentezza. Meno complicazioni – il che però spesso si traduce con minor complessità, e questo a volte mi piace, altre volte mi fa impazzire per la frustrazione.

A me piace poter scegliere cosa mantenere del mio essere italiana e cosa abbandonare a favore del mio essere spagnola d’adozione.
Ma a volte diventa difficile condividere il mio punto di vista senza essere giudicata stramba o fuori dal mondo, e questo succede da entrambe le parti.

Madonna che scazzo, che faccio, pubblico e esco o cancello tutto ed esco?
Vabbè. Perdonatemi.